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In questa sezione vengono riportate tutte le informazioni utili al turista suddivise per categorie d'interesse  .

COSE CURIOSE

COSE CURIOSE

ORIGINE DEL NOME
Il nome del Paese pare derivi da quello di un' antica
abbazia benedettina e dalla valle del fiume Sambro.

STEMMA Descrizione araldica:
"Partito nel primo d'argento, al leone di
rosso; nel secondo d'azzurro, alla ruota d'oro posta su campagna
di verde; capo d'Angiò".

PATRONO
S. Benedetto abate (11 Luglio)

Proverbi e modi di dire
Non si conosce un paese e la sua gente se non se ne intende la lingua. Il dialetto montanaro, che non è propriamente quello bolognese e che ancora si parla da tutti nel comune di San Benedetto Val di Sambro, è un ottima chiave per meglio comprendere indole e filosofia della gente di montagna. Se ne propone un approccio attraverso proverbi e modi di dire.
L’economia montanara, fondata fino a qualche decennio fa soprattutto sull’agricoltura e su attività ad essa complementari, richiedeva di necessità l’osservazione e la conseguente previsione di fenomeni meteorologici che favorissero il lavoro dei campi e un buon raccolto.
Numerosi proverbi tramandati oralmente di generazione in generazione ne fissavano le conclusioni.

Eccone alcune:
Zner l’è reel, cume e trova a vol laser : gennaio è reale, come trova vuol lasciare;
Febrarin febraret curt curt e maldet :febbraio febbraietto corto corto e maledetto;
Merz, chi n’à al scherp e va schelz :marzo, chi non ha le sciarpe va scalzo;
Avril, e va ench e zentil : aprile, va anche il gentile (la persona delicata);
Chi à un bon zòc al tegna per maz :chi ha un buon ciocco di legna lo tenga per maggio;
Fra merz e zògn e fa e bon fònz :fra marzo e giugno nasce il buon fungo;

Anche il cibo quotidiano –già lo si è detto–rappresenta spesso un difficoltoso problema, ma non per il bisogno di rispettare, come oggi, diete dimagranti o igieniche.
Problematico era piuttosto riempire il piatto, e quindi lo stomaco, a sufficienza.
Molti di conseguenza i proverbi e i ditazen (modi di dire) che trattano del mangiare.

Qualcuno:
fer un noz strangoz , fare un pranzo di nozze o comunque un desinare da strozzarsi per l’abbondanza delle vivande;
i tegnen piò i oc’ che la penza ,contengono più cibo gli occhi che la pancia.L’ingordigia cioè superava l’effettiva capienza dello stomaco;
da tevla an t’liver mai fin che le bocca l’an sa ed furmai ,mai alzarsi da tavola fin che la bocca non sappia di formaggio, che solo conclude una buona magiata. Le virtù del formaggio sono note;
chi sta a i avenz o piò a mench ,a chi restano gli avanzi di un desinare , o mangia di più o mangia di meno dei commensali. Ed erano in genere le donne di casa, che prima preparavano il cibo, poi servivano a tavola e solo quando gli altri erano satolli pensavano a sé con ciò che era avanzato;
quente un a tevla aiè sta, el magnà tent o poc, l’à magnà ,chi a tavola c’è stato, abbia mangiato tanto o poco, ha comunque mangiato agli occhi di chi l’ha invitato. Dunque a tavola è consigliabile non astenersi;
chi magna torna ,chi magia torna. Non preoccuparsi quindi se qualcuno della famiglia se ne va risentito per qualche questione di poco conto: all’ora del mangiare tornerà.
Anche perché: la spartura an à meia al ròd ,la madia(dove si teneva il cibo) non ha le ruote, non si può portarsela dietro con ciò che contiene. Meglio rimanere vicino a casa

Originali ricette montanare
Tratte quasi alla lettera dal volume di A. Simoncini e M. Bacci <>, edito nel 1983 dalla Grafis per conto della Cassa Rurale e Artigianale di Loiano, trascriviamo alcune originali e dimenticate ricette montanare, di poco costo ma di gusto ancora gradevole, se pur atte a persone di bocca e stomaco buono.
L’inadeguatezza delle colture e delle tecniche agrarie, il clima inclemente e le scarse risorse economiche contribuivano a che nella montagna d’un tempo si faticasse non poco per sfamare la famiglia.
Tutti i mangiari dunque non potevano che essere ottimi allo spontaneo appetito montanaro.

CÔT: cotto.
Le castagne avevano un’importanza oggi inimmaginabile nell’alimentazione del nostro Appennino.
E cotto è dunque il semplice nome di una minestra di castagne essiccate che indica nella lunga cottura in acqua di fonte il momento decisivo della ricetta.
Un po’ di sale e non altro.
Raggiunto che abbiano il giusto grado di friabilità, fumanti si servono col mestolo nella scodella assieme al brodo denso e rosato secreto delle stesse castagne che vi galleggiano gonfie. Sono appetitose alla vista per il colore e più al palato quando la lieve pressione dei denti le scioglie amalgamandole al sostanziosissimo brodo, ciascuna col suo proprio sapore, dolce, meno dolce, appena sapido di sale.

MAZAPEC’: Si triti grossolanamente una fetta o due di pancetta di maiale e la si faccia friggere.
Appena rosolata si aggiungano alquante uova sbattute col latte e si mesti il tutto in fretta fino a cottura.
S’ottiene un cibo prelibato, pesante forse, ma sostanzioso per via soprattutto dei pezzi di pancetta che differenziano il mazapec’ dalla comune frittata.

INSALATA DI VITALBE: Da servirsi col mazapec’.
Raffinata denominazione per un piatto oggi di difficoltosa commestibilità. Del resto la vitalba comincia a scarseggiare.
Quasi ovunque la rete metallica sostituisce le siepi gonfie di biancospino e appunto di vitalbe, in dialetto vizeiber, che insieme proteggevano i campi e nutrivano gli animali.
Comunque chi voglia o può mozzi a primavera i freschi germogli della vitalba a un palmo circa dalla cima, Ne raccolga un buon mazzo e le cuocia lesse.
Aceto, sale, il poco d’olio consentito, aglio ed ecco un’insalata saporita, vitaminica e tenera –o almeno tale pareva allora.

MANFET: Vale a dire fatti a mano.
Con giusta acqua, poco sale e un pugno di farina di castagne, mestando molto a fuoco lento, si ha una pappina delicata, né solida né liquida, chiamata manfet, dovendo la mano della cuoca essere abile a dosare gli ingredienti e a ben mescolarli per ottenere il voluto equilibrio gelatinoso.
Caldi, la sera, ristorano e conciliano il sonno.
Freddi, il mattino, diversi per aspetto e sapore, si incidono con il cucchiaio e servono da leggera colazione soprattutto per bambini e anziani.

LA IEDA: In lingua italiana agliata, cioè condita con aglio.
Occorre tirare una sfoglia simile a quella che s’appronta per le lasagne, ma senza uova. La si teglia in larghe strisce da cuocersi in poca acqua bollente.
Cotte le si condiscono affogandole in abbondante pesto in precedenza preparato –e occorre il mortaio d’arenaria e il pestello di legno di faggio.
Pesto di noci e aglio, ben amalgamato e denso, se pur cremoso in quanto vi si aggiunge la stessa acqua di cottura della pasta, il quale ricopra e insaporisca i ritagli di sfoglia in ogni parte a renderne agevole e piacevole la masticazione.
Son note le virtù dell’aglio, che fa bene al cuore, schiarisce il sangue e facilita le prestazioni amorose, mentre la noce offre calorie in elevata quantità e grassi vegetali. E’ un mangiare che appesantisce l’alito, non lo si nega, ma acconcio a gente forte.

BIBLIOGRAFIA

AA.VV,
Dal Santerno al Panaro, Bologna e i Comuni della Provincia nella Storia dell'Arte nella tradizione - La collina e la montagna Proposta edizioni Bologna.

AA.VV
La montagna del Bolognese, a cura dell'Ente Provinciale per il turismo.

AGOSTINI C., SANTI S.,
La Strada Bologna - Fiesole del II secolo a.C, Flaminia Militare, CLUEB Bologna, 2000.

C.A.I. DI BOLOGNA,
Carta dei sentieri dell'Appennino Bolognese, Bologna, 1981.

COMUNE DI SAN BENEDETTO VAL DI SAMBRO,
Territorio, flora, fauna, paesi, borgate,...a cura di A. SimonciniI.

COMUNITA' MONTANA APPENNINO BOLOGNESE N°1,
Dal Montovolo all'Alpe di Stagno, Bologna, 1984:

MAURIZIO VALENTINI
San Benedetto Val di Sambro, un Comune dell'Appennino Bolognese Re Enzo Editrice, 2000


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